25 agosto 2026
Eccomi qua. Di ritorno dalle vacanze estive, rientro nel WC con una voglia matta di fare. Dunque, dove eravamo rimasti?
In questi mesi ho scritto il primo e il secondo capitolo della Tesi Costretta, cadendo mio malgrado nelle maglie della scrittura accademica. Poi ho buttato giù una bozza della sezione dedicata alla serie pittorica, chiedendomi però quanto senso avesse farlo, dato che il mio intento era proprio lasciare che fosse la sezione che state leggendo a svolgere il compito. Alla fine, lontana dal sipario di Post Ex, lontana dalle mura di Roma, ho trovato la quadra: non sono mai entrata nel merito delle singole opere. Il Gatto sostiene che forse questa distanza mi è servita a scrivere; forse ha ragione, ma lo sforzo mentale è stato notevole. Insomma, parlare del mio fare stando lontana dai fatti artistici è stata un’impresa. Qualcosa, però, ne è venuto fuori.
Adesso che sono seduta sulla mia sedia tetanica, solleticata dal mio amico ventilatore, torno finalmente a scrivere liberamente.
Cosa è successo da quando sono tornata? Il Legno.
Ho recuperato il Legno, un amico con beneficio conosciuto tra la Carta e la Tela. Dire che l’avevo ignorato sarebbe una falsità: l’avevo soltanto messo in pausa. Forse avevo bisogno di tempo. Il Legno ti dice le cose in faccia e non sempre fa piacere sentirsele dire. Poi passa una settimana e torni da lui a testa bassa, perché in fondo aveva ragione: dalla vita puoi meritarti di più.
Oggi però sono qui davanti al computer perché ho bisogno di annotarmi una serie di riflessioni.
In primo luogo: cazzo, quanto mi era mancato tutto questo. Ho le mani sporche e appiccicose e qualche tasto del computer si sta macchiando di dolce irresponsabilità. Godo.
In secondo luogo: oggi il tratto del disegno ha ceduto il posto a quadrati e rettangoli lignei recuperati negli anfratti di Cueva. Erano rimasti lì, soli soletti, inutilizzati. Chissà cosa mi ha spinta a tirarli fuori — evidentemente la pausa estiva ha fatto chiarezza nella testa… o forse quello che mi ostinavo a chiamare amico con beneficio si è semplicemente rotto le palle di rimanere chiuso in un edificio in piena estate.
Comunque sia, è strano questo legno scultoreo. Scultoreo, sì. Non so come definire queste ultime sperimentazioni… pittura espansa? Boh, poco importa. Quello che ho capito, però, è che questo legno scultoreo ha preteso da me una metodicità che non mi appartiene. E non so se la cosa mi piaccia. Mi spiego: la Mano Caciarona ha dato il via, ma è stata interrotta a più riprese dalla Mano Metodica. Solo che questa volta era una mano staccata dal mio corpo. Figurarsi se io posso avere una Mano Metodica attaccata addosso: altrimenti avrei fatto il mestiere dell’Uomo, no?
Sento già gli architetti più liberi e artistici contorcersi alla lettura. Calmatevi, lo so che non siete solo metodici. Però dai, ammettetelo: una metodologia intrinseca ce l’avete, il palazzo in qualche modo dovrà pur reggersi in piedi! Eh, non sottovalutatela, questa capacità: non è mica da tutti. E non venitemi a dire che dipende soltanto dall’aver studiato Statica e Scienze delle Costruzioni, perché anche se non l’avete fatto con piacere, questo non vi ha frenati: l’interesse, mosso da forze maggiori, ce l’avete comunque avuto. Io no!
Insomma, senza perdermi troppo: questo legno assemblato mi ha fatto conoscere Chiodo e Martello, due pischelli che conosco poco e con cui non so quanto riuscirò ad andare d’accordo.
Il lato positivo è che, di sicuro, mi ha messa in gioco.

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