Mi lascio sedurre dagli scritti di Amy Sillman, seduta al tavolino di un bar in Piazza Madonna dei Monti. A un certo punto esco dal mio corpo, mi guardo da fuori e penso: “Mamma mia, che immagine caricaturale di una donzella medio-borghese con la gonna svolazzante, armata di libro e occhiali da sole”. Mi prendo in giro, sorrido, alzo gli occhi al cielo e proseguo senza pensare troppo al Giudizio. Un vecchietto d’altri tempi, dallo sguardo inconsapevolmente viscido, mi chiede l’accendino; glielo porgo. Di nuovo alzo gli occhi al cielo e proseguo, senza pensare troppo al male gaze.
Durante la lettura mi accorgo di non avere con me la mia amica matita, così affido qualche pensiero alle note disordinate del telefono, che ora — seduta alla scrivania di casa — tengo accanto al computer.
Leggo la prima frase: “la mia pittura è bella?”
Di colpo una fitta allo stomaco, simile a quella che arriva quando vuoi sostenere una tesi su un tema spinoso che ti sta a cuore e senti il peso e la responsabilità di doverlo esaurire in modo onnicomprensivo, sapendo che richiederebbe tempo, studio e attenzione. Alzo di nuovo gli occhi al cielo e penso: “Anche meno, Gaia”.
Cercherò allora di darmi una risposta il più sincera e spontanea possibile. Ecco: sincera e spontanea. Forse è già questa, la risposta. La mia pittura è bella? La mia pittura è sincera e spontanea – o almeno aspira a esserlo – e spesso sincerità e spontaneità fanno rima con bellezza. Forse la sto prendendo alla larga, perché è evidentemente una domanda che mi mette in difficoltà. Voglio dire: la ricerca del Bello ha alle spalle una genealogia storica così imperante ed eticamente discutibile da spaventarmi. Sospetto però che questo timore sia parente stretto del pensiero che mi sacralizza la tela, e non ho intenzione di assecondarlo.
Anzitutto, per me la pittura è ricerca, e la ricerca presuppone un’incognita, un non-sapere da scoprire o da provocare, come si provoca un amante timido. Se dunque dovessi pensare al bello — a ciò che è bello nella mia pittura — è l’immagine della timidezza a cominciare ad allettarmi. Sillman, del resto, parla di awkwardness più che di bellezza, e devo dire che questa prospettiva non mi dispiace affatto.
Lancio un’occhiata agli appunti sul telefono e leggo “choliambic”, annotato a proposito di certi versi di Ovidio che Sillman racconta di aver letto. Il pensiero corre a Ipponatte, inventore del coliambo, e al ricordo vago di questa variante del trimetro giambico studiata tra il libri di letteratura greca al liceo: il giambo zoppo. Un ricordo sbiadito che pure è rimasto. Mi era piaciuto, l’avevo trovato simpatico, vero, accuratissimo nella sua funzione satirica, goffa, canzonatoria, scomoda. Oggi mi ricorda un po’ lo swing, o meglio ancora il carattere crooked di Thelonious Monk e quella sensazione di spaesamento che produce all’ascolto: come quando stai per appoggiare il piede dove ti aspetti il pavimento, e il pavimento non c’è — oppure arriva mezzo secondo prima. La sensazione di saltare un gradino nel buio. Ecco, credo che sia qualcosa di molto vicino alla mia pittura, o quantomeno al modo in cui mi ci relaziono.
Come nei soli — nella mia esperienza, nello scat — quando l’idea viene a mancare e si rischia di precipitare nel vuoto del tappeto musicale che gli altri musicisti ti hanno costruito attorno: e qualcosa, comunque, esce fuori. Forse le cose più interessanti, forse le più imbarazzanti. Ecco: probabilmente è questo, l’imbarazzo di cui parla Sillman. Eppure faccio fatica a non chiamarlo Bello.
È strano; forse faccio fatica a definire, e basta. Non me ne stupisco. Sento però, nella mia pittura, una profonda vicinanza alla malinconia, a una bellezza intrisa di tristezza e alla paradossale felicità che ne deriva.
Così il pensiero corre al Samba della benedizione, dall’album inciso nel 1969 da Vinícius de Moraes con Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo:
“Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Se no, non è bello un samba, no”
E ancora:
“Samba è la tristezza fatta danza
Tristezza che ha sempre la speranza
Tristezza che ha sempre la speranza
Di non essere triste prima o poi”

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