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lettere alla pratica pratiche alla lettera

part confessional

part inside joke for a few close friends

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  • (1 giugno 2026)

    Cara Fiordiluna,

    La notte è scivolata via lenta e, tra un risveglio e l’altro, la sensazione che mi frullava dentro la pancia era simile a quella che si sente la notte che precede il primo giorno di scuola: quando lasci alle spalle il caldo dell’estate e un filo di malinconia ti attraversa il petto mentre un briciolo di sollievo inizia a solleticarti le spalle – perché, in fondo, quel fresco autunnale ti era mancato.

    Lunedì primo giugno. Sento il peso di un nuovo inizio racchiuso in queste tre parole.

    Lunedì: il primo giorno della settimana. Ricordo vividamente quando la mia psicoterapeuta dopo i primi faticosi anni di terapia, mi propose di spostare le sedute dal venerdì al lunedì. Improvvisamente, la terapia cessava di essere quello spazio in cui dispiegavo il peso della lunga e sofferta settimana trascorsa; non era più una semplice coperta di Linus. Il lunedì mi avrebbe regalato la spinta e il coraggio di affrontare la vita con curiosità, senza paura, sem medo – direbbe Vinicius. 

    E poi giugno, un mese per me difficile che riflette una brutta ricorrenza, oggi si riveste di un significato completamente diverso, nuovo.

    Il mio romanticismo mi spinge a pensare a questo giorno come la chiusura di un cerchio, e il pensiero corre a T. S. Eliot quando scrive “In my beginning is my end”. 

    Se questo nuovo inizio ha mosso i primi passi in un magico lunedì, l’ironia della sorte aveva voluto che fino ad oggi la pittura su grande formato potesse correre soltanto la domenica. Ad accogliere le grandi tele che Loriano mi aveva portato – introducendo quel famoso friccicore – era stato un luogo per me preziosissimo: l’ex studio di architettura di mio padre, ribattezzato ormai da anni come sala di prove. Un luogo che racchiude mille ricordi, dove echeggia ancora il suono di una tromba che un batterista tuttofare era capace di emettere con la bocca e che in questa lettera mi sento di ricordare con affetto.  

    Insomma, un improvvisato luogo della musica – fino ad oggi – mi aveva accolto ogni domenica, rendendomi, con tono canzonatorio, una pittrice della domenica.

    Inutile girarci intorno: in questi tre anni il mio cuore è stato una pallina da ping pong che rimbalzava tra la racchetta della pittura e la racchetta del jazz. Non mi stupisce che questo strano posto interrato sia stato anche il luogo di nascita di Cueva, un progetto musicale finito prima ancora di prendere la rincorsa. Probabilmente uno dei motivi per cui questo gruppo portava il nome di Cueva – per me un chiaro riferimento a La Cueva de las Manos nella provincia argentina di Santa Cruz – era l’irrefrenabile esigenza di tenere accanto a me l’immaginario della pittura anche quando cantavo. 

    Ecco, oggi non mi sento di dire addio al luogo della musica. Per troppo tempo ho creduto che la musica e la pittura dovessero essere mutuamente esclusive. Oggi una persona saggia – un regalo della vita, un’artista che l’accademia mi ha permesso di conoscere – ha tirato fuori dal suo cappello magico la parola osmosi. Ecco: voglio mantenere la musica e la pittura in un rapporto di osmosi. Sarò pure stata una pittrice della domenica, ma alla fine quelle domeniche sono state per me un grande fertilizzante, ed è stato proprio il luogo della musica a permetterle – glielo voglio riconoscere!  

    Oggi mi sento di dire semplicemente arrivederci al luogo della musica e di ringraziarlo per aver preparato il terreno alla scoperta di un luogo che per me assume il significato di un’apertura. “Si apre un sipario” avevo scritto in qualche verso di una canzone. Sorrido, perché la grande serranda che dischiude lo studio a Post Ex, in un certo qual modo, me lo ricorda davvero, un sipario. Questo nuovo posto, questo nuovo teatro – non più grotta –  ha le pareti bianche e si fa chiamare White Cube… non nascondo la paura, il timore reverenziale che ne scaturisce. Ma credo faccia parte del gioco. Intanto, però, mi aggrappo ad un dettaglio che rende più leggero il White Cube: alla fine, se questo posto si chiama così non è solo per le pareti bianche, ma perché proprio lì accanto c’è il WC 😉 

    Tua, Gaia

  • Mano – Alla ricerca, un po’ maldestra. Quando le parlano non riesce a stare ferma, talvolta gira su se stessa. 

    Supporto – Un uomo baffuto, un signore enigmatico e di poche parole, arrogante da far venire i nervi a Mano, ma nasconde un gran cuore.

    Olio – Un bimbo grassottello , ha bisogno del suo tempo ma ha qualcosa di appetitoso in serbo. Gerundio infinito.

    Pennello – Un nuovo amico, eccentrico ma vero, Mano è felice di averlo incontrato ora.

    Pastello – Un amico di lunga data, se Mano lo incontrasse ora probabilmente lo ignorerebbe, ma i due sono indissolubilmente legati dal tempo. Ne hanno passate tante insieme.

    Oilstick – Un uomo forte e sensibile. Mette in gioco Mano ma non conosce l’invidia, lascia che Mano sia libera di realizzarsi. 

  • Titolo Senza Titolo

    Era una giornata afosa, in piena estate. A Roma non tirava un filo di vento e la Pittura era andata in vacanza in qualche luogo lontano e sconosciuto. Ad essere rimasti sull’asfalto ardente della città erano solo Titolo e Senza Titolo. I due avevano avuto modo di conoscersi in vari posti, nelle stanze immacolate dei musei, nelle gallerie più prestigiose, ma soprattutto nelle pagine dei libri di critica d’arte e nei manuali accademici. In tutti i casi erano stati esposti e mediati da corpi diversi dai loro.

    Quel giorno si svegliarono con un corpo.

    Titolo profumava d’uomo pulito. Un tipo tutto d’un pezzo, coi baffi curati. Pareva particolarmente sicuro di sé.

    Senza titolo invece era un bastardino, alla costante ricerca di Fiordiluna, la donna che l’aveva partorito ma che lui non aveva mai conosciuto. Zaino in spalla, ne aveva passate tante.

  • Ti hanno insegnato 

    a conoscere per fare 

    senza farsi male

    tu non ascoltare.

    Se immaginare 

    è poter conoscere 

    l’orizzonte è 

    una finestra sul cortile.

    Da qui puoi scorgere 

    una linea fragile, sottile 

    l’inizio e anche una fine.

  • Hai mai giocato al mare d’inverno 

    come uno scoglio nel deserto?

    Ho riportato a casa le parole 

    che tengo dentro

    e ci ho cucito un corpo 

    e me lo tengo stretto.

    Hai mai sperato in una casa 

    senza soffitto

    con la pioggia dentro 

    e fuori 

    il cielo limpido?

    Ho riscoperto il sole dietro a un panno

    Mi rinfacciava il silenzio sotto le palpebre di un anno.

  • teoria. Non ti va di ripescare dal pozzo le equazioni ?

    pratica. No, voglio danzare e perdere le proporzioni 

    teoria. Neppure se prendi il posto dello stregone? 

    pratica. No! Tu non prendi posizione! Io faccio i conti solo con questo, è un cimento la posizione del rivale.

    teoria. Non vuoi liberarti del padrone? Essere libera?

    pratica.  Si. Ma solo se mi permetto di amare.

    teoria. Amare è accettare.

    pratica. No. Non voglio religioni. Voglio amare e poi cambiare. Cambiare idea.

    teoria. Cara, tu pecchi d’egoismo

    pratica. Amica, tu sei fredda, pestilente. Ti sei persa per le scale. Chiusa. Sola. Ingabbiata nella paura.

    teoria. Non capisco

    pratica. Ti voglio bene, ma ammetterlo ti farà bene. Amare significa saper negare, prendere posizione. 

    teoria. Ma se non va bene a te non significa non vada bene agli altri.

    pratica. Hai ragione. Ma questa è ragione. Mascherata da emozione.

    teoria. *tace*

    pratica. Riconosco le tue Parole, ma riconoscere non vuol dire riuscire a correre. Vuol dire camminare ma spingere l’acceleratore con i freni tirati, aggrapparsi ai dolori passati. Usarli come carburante. 

    teoria. Non ti va di ripescare dal pozzo le equazioni?

    pratica. No, voglio danzare e perdere le proporzioni.


  • Filosofia entra nella casa dell’Arte. La casa dell’arte è un luogo permeabile. Porta sempre aperta a nuove suggestioni. Le scarpe di Filosofia sono pesanti e segnano il terreno dell’Arte con parole leziose speculative parole ridondanti. Mentre Filosofia parla parla parole pesanti l’Arte canta canta suoni distanti. Filosofia costringe la voce dell’arte in un rapporto di potere. L’Arte è una donna fragile che rischia di ammalarsi di Filosofia. Suona al campanello Poesia. Lei parla parla parole d’immagini. Succede succede un’incontro tra linguaggi diversi tra pari linguaggi tra pari, linguaggi distanti. 

  • Lettera alla carta 

    (18 giugno 2026)

    Cara Carta,

    Ti ho tradita. Inutile fare giri di parole. Mi dovrai perdonare, o forse sarò io a farmi perdonare. Tela mi ha sedotta, sai com’è fatta: lei e il suo fidato telaio, impossibile non notarla. 

    Ti ricordi quando scherzavamo sugli uomini? Io ti dicevo che puoi capire com’è un uomo a letto da come guarda una partita di calcio: c’è quello che sbraita quando la palla tocca la rete e quello che esulta silenziosamente, contenuto in quel movimento interno di braccio che gli anglofoni chiamano fist pump (non ho trovato traduzione italiana, la Donna delle Lettere mi perdonerà). Ecco, tu sei il secondo, il silenzioso. Ammettiamolo.

    Forse dovrei fermarmi. Ti stavo scrivendo una lettera per iniziare il mio percorso di redenzione e ora mi ritrovo a darti dell’uomo… povera te. O forse poveri uomini.

    Dai, mi sto perdendo. Torniamo a noi. Ah, giusto: il tradimento. 

    Insomma, questa maledetta tela. Io ci ho provato a resistere, ma spinta da qualche arrogante fattore esterno e dalla risonanza che ha avuto in me la sua imponenza – quella della tela – mi sono lasciata soggiogare. Ma ci pensi? Io e te siamo state inseparabili dal giorno zero. Sei stata la tovaglietta giallo ocra dei ristoranti che, solleticata dalla penna dell’Uomo, faceva freddare la pasta sotto gli sguardi preoccupati della Donna. Poi sei diventata un blocchetto popolato dai nasoni butterati dell’Armando, candelabri e macchinette del caffè. Poi pagine di quaderni di scuola, righe e quadretti che tra la Gerusalemme Liberata del Tasso e una disequazione irrisolta si riempivano di stelline con le corna e cazzi adolescenziali. Sei stata uno sketchbook pandemico, teatro di una chiusura imposta, unica salvezza. Ma negli anni del liceo sei stata soprattutto un respiro estivo, quando il dizionario di greco si chiudeva e tu ti aprivi in uno blocchetto che, tra i granelli di sabbia, si animava della danza di mille penne colorate. 

    Poi l’Accademia. E ti ho vessata di parole masturbatorie mentre provavo a muovere i primi passi da gigante. E nascevano così le prime incisioni senza premesse: i monotipi. Sei stata carta rugosa di incisione, poi carta liscia A4 – quella da cantiere – e poi, lunghi rotoli di paesaggi verticali che lasciavano spazio alchemico all’inchiostro e all’olio: un primo manifesto di esperimenti liberi e crisi esistenziali. 

    Ora però, cara Carta, devi accettarlo: mi hai fatto sentire incompresa, perché mi chiamavi disegnatrice quando io, sotto sotto, un po’ mi sentivo pittrice. Nonostante questo, se sono qui a scriverti, un motivo c’è. E forse non è solo il tentativo di redimermi. Forse sei un po’ come Tata Matilda: quando avevo bisogno di te, ma non ti volevo, sei restata. Ora che ti voglio, ma non ho più bisogno di te, te ne sei andata. E sono stata io a lasciarti andare, per correre tra le braccia muscolose di Tela. 

    Sarò sincera: Tela mi ha presa al volo e mi ha percossa facendomi sentire sicura di me. Ha sentito quello che avevo da dire e mi ha risposto: “Ao, io non so’ d’accordo però parliamone”. Con te, alla fine, cara Carta, giocavo in casa: era difficile non andare d’accordo. Ci conosciamo da troppo tempo, i nostri litigi li abbiamo fatti, e anche se di argomenti irrisolti ne abbiamo, questi non ci fanno paura: sei un po’ una sorella tu. 

    Forse ora realizzo che sono qui a scriverti perché mi manchi. Lo sto facendo di nascosto, sia mai che Tela se ne accorga: quella è una prima donna. Seduta qui, sopra una sedia verde puzzolente e tetanica, difronte al computer poggiato su una mensola gentilmente montata dalla Papessa muffica, davanti a me ho il sipario che dischiude il WC di Post Ex e alle spalle cinque tele canterine ed esibizioniste non chiudono la bocca: cantano, gridano distese sul pavimento, estatiche. 

    Cara Carta, la tua calma certa mi manca, la tua malleabilità e il tuo bianco così onesto – e dico onesto, non puro e candido, perché sono parole che rifuggo. Il tuo bianco l’ho ricercato nella tela facendomi dare una mano dall’avorio acrilico e, devo dire, male non ha fatto, ma non abbastanza da placare l’animo irrequieto. Mi sono resa conto che a mancarmi non era solo il bianco, bensì la tua sottigliezza: fine e dura, una sottigliezza che la tela non potrà mai restituirmi, nemmeno spoglia del suo telaio. 

    Ti scrivo questa lettera che grida “e quindi?!”. Non le rispondo. La verità è che non lo so nemmeno io dove vanno a parare le mie parole. Lo sai come sono, certo che lo sai: tu le conosci bene, le hai conosciute per prima come parole leziose e le hai assaggiate poi come parole silenziose, dai monotipi in poi. Insomma questa relazione – tra me, te e Tela – è difficile, non trovi? Un triangolo amoroso, un classico. Ma qui tocca essere contemporanei. Mi prendo in giro, lo sai. Comunque ti dirò: qualche giorno fa ho pensato, se per me la pittura e la musica possono stare in osmosi perché non dovrebbero farlo anche la carta e la tela? Chi me lo vieta? Sento il fattore esterno arrogante – quello che mi sacralizza la tela – contorcersi mentre sbircia sul mio computer… se ne farà una ragione, suvvia! Ripeto: chi me lo vieta? Nessuno. 

    Così assecondo l’esigenza della carta e *flip-flop-flap*, un foglio di carta velina si posa indisturbato coprendo l’occhio della tela come una palpebra. Per ora mi sembra un buon compromesso.

    Il poliamore non lo capirò mai, ma se dovessi proprio cedere, questa potrebbe essere l’occasione giusta: io, Tela e qualche volta te. 

    Con affetto,

    Gaia

  • Fantasia-Bambina

    Fantasia abitava nelle profondità degli abissi. Immaginava di volare, e in un certo senso lo faceva, ma in un costante contatto con la pelle e sentiva forte forte dietro le orecchie. Teneva gli occhi chiusi, ma sotto le palpebre non era nero. Era un mistero colorato che pulsava *tu-tum tu-tum*

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    Creatività-Donna

    Creatività era una creatura terrena e femminile con la testa tra le gambe e le mani sopra il collo. Dopo un passato travagliato aveva deciso di mettersi davanti allo specchio. Voleva vedere con i propri occhi cosa succedeva quando dalla bocca le uscivano fiumi di parole silenziose, canti nitidi e leggeri. Con la testa tra le gambe camminava tacco-punta, ma il più delle volte si ribaltava, e, mettendo prima l’indice e poi il medio per tastare il territorio, camminava con le mani e così vedeva il mondo a testa in giù. Ne coglieva prospettive diverse. Questa strana creatura non stava mai ferma, era sempre alla ricerca.

  • 1. La pittura mi spinge da qualche parte lontana dal giudizio, lontana da costruzioni aeree e cervellotiche.

    2. La pittura mi permette di dire quello che non riesco a dire a parole.

    3. Le parole possono essere un paio di scarpe strette. 

    4. Più dipingo più mi rendo conto di quante possibilità si possono aprire di fronte ad un supporto.

    5. Più dipingo e più scopro di non essere una.

    6. Più dipingo più ho voglia di dipingere.

    7. A volte mi fermo e penso alla mia pittura, e questo mi paralizza.

    8. Devo trovare una via di mezzo. 

    9. Non ho paura di capire. Ho bisogno di capire la mia pittura. Ma più mi avvicino più si allontana la risposta, diventa più grande di me. Credo sia un bene.