(18 giugno 2026)
Cara Carta,
Ti ho tradita. Inutile fare giri di parole. Mi dovrai perdonare, o forse sarò io a farmi perdonare. Tela mi ha sedotta, sai com’è fatta: lei e il suo fidato telaio, impossibile non notarla.
Ti ricordi quando scherzavamo sugli uomini? Io ti dicevo che puoi capire com’è un uomo a letto da come guarda una partita di calcio: c’è quello che sbraita quando la palla tocca la rete e quello che esulta silenziosamente, contenuto in quel movimento interno di braccio che gli anglofoni chiamano fist pump (non ho trovato traduzione italiana, la Donna delle Lettere mi perdonerà). Ecco, tu sei il secondo, il silenzioso. Ammettiamolo.
Forse dovrei fermarmi. Ti stavo scrivendo una lettera per iniziare il mio percorso di redenzione e ora mi ritrovo a darti dell’uomo… povera te. O forse poveri uomini.
Dai, mi sto perdendo. Torniamo a noi. Ah, giusto: il tradimento.
Insomma, questa maledetta tela. Io ci ho provato a resistere, ma spinta da qualche arrogante fattore esterno e dalla risonanza che ha avuto in me la sua imponenza – quella della tela – mi sono lasciata soggiogare. Ma ci pensi? Io e te siamo state inseparabili dal giorno zero. Sei stata la tovaglietta giallo ocra dei ristoranti che, solleticata dalla penna dell’Uomo, faceva freddare la pasta sotto gli sguardi preoccupati della Donna. Poi sei diventata un blocchetto popolato dai nasoni butterati dell’Armando, candelabri e macchinette del caffè. Poi pagine di quaderni di scuola, righe e quadretti che tra la Gerusalemme Liberata del Tasso e una disequazione irrisolta si riempivano di stelline con le corna e cazzi adolescenziali. Sei stata uno sketchbook pandemico, teatro di una chiusura imposta, unica salvezza. Ma negli anni del liceo sei stata soprattutto un respiro estivo, quando il dizionario di greco si chiudeva e tu ti aprivi in uno blocchetto che, tra i granelli di sabbia, si animava della danza di mille penne colorate.
Poi l’Accademia. E ti ho vessata di parole masturbatorie mentre provavo a muovere i primi passi da gigante. E nascevano così le prime incisioni senza premesse: i monotipi. Sei stata carta rugosa di incisione, poi carta liscia A4 – quella da cantiere – e poi, lunghi rotoli di paesaggi verticali che lasciavano spazio alchemico all’inchiostro e all’olio: un primo manifesto di esperimenti liberi e crisi esistenziali.
Ora però, cara Carta, devi accettarlo: mi hai fatto sentire incompresa, perché mi chiamavi disegnatrice quando io, sotto sotto, un po’ mi sentivo pittrice. Nonostante questo, se sono qui a scriverti, un motivo c’è. E forse non è solo il tentativo di redimermi. Forse sei un po’ come Tata Matilda: quando avevo bisogno di te, ma non ti volevo, sei restata. Ora che ti voglio, ma non ho più bisogno di te, te ne sei andata. E sono stata io a lasciarti andare, per correre tra le braccia muscolose di Tela.
Sarò sincera: Tela mi ha presa al volo e mi ha percossa facendomi sentire sicura di me. Ha sentito quello che avevo da dire e mi ha risposto: “Ao, io non so’ d’accordo però parliamone”. Con te, alla fine, cara Carta, giocavo in casa: era difficile non andare d’accordo. Ci conosciamo da troppo tempo, i nostri litigi li abbiamo fatti, e anche se di argomenti irrisolti ne abbiamo, questi non ci fanno paura: sei un po’ una sorella tu.
Forse ora realizzo che sono qui a scriverti perché mi manchi. Lo sto facendo di nascosto, sia mai che Tela se ne accorga: quella è una prima donna. Seduta qui, sopra una sedia verde puzzolente e tetanica, difronte al computer poggiato su una mensola gentilmente montata dalla Papessa muffica, davanti a me ho il sipario che dischiude il WC di Post Ex e alle spalle cinque tele canterine ed esibizioniste non chiudono la bocca: cantano, gridano distese sul pavimento, estatiche.
Cara Carta, la tua calma certa mi manca, la tua malleabilità e il tuo bianco così onesto – e dico onesto, non puro e candido, perché sono parole che rifuggo. Il tuo bianco l’ho ricercato nella tela facendomi dare una mano dall’avorio acrilico e, devo dire, male non ha fatto, ma non abbastanza da placare l’animo irrequieto. Mi sono resa conto che a mancarmi non era solo il bianco, bensì la tua sottigliezza: fine e dura, una sottigliezza che la tela non potrà mai restituirmi, nemmeno spoglia del suo telaio.
Ti scrivo questa lettera che grida “e quindi?!”. Non le rispondo. La verità è che non lo so nemmeno io dove vanno a parare le mie parole. Lo sai come sono, certo che lo sai: tu le conosci bene, le hai conosciute per prima come parole leziose e le hai assaggiate poi come parole silenziose, dai monotipi in poi. Insomma questa relazione – tra me, te e Tela – è difficile, non trovi? Un triangolo amoroso, un classico. Ma qui tocca essere contemporanei. Mi prendo in giro, lo sai. Comunque ti dirò: qualche giorno fa ho pensato, se per me la pittura e la musica possono stare in osmosi perché non dovrebbero farlo anche la carta e la tela? Chi me lo vieta? Sento il fattore esterno arrogante – quello che mi sacralizza la tela – contorcersi mentre sbircia sul mio computer… se ne farà una ragione, suvvia! Ripeto: chi me lo vieta? Nessuno.
Così assecondo l’esigenza della carta e *flip-flop-flap*, un foglio di carta velina si posa indisturbato coprendo l’occhio della tela come una palpebra. Per ora mi sembra un buon compromesso.
Il poliamore non lo capirò mai, ma se dovessi proprio cedere, questa potrebbe essere l’occasione giusta: io, Tela e qualche volta te.
Con affetto,
Gaia

Lascia un commento