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  • Sinceramente: i personaggi nel teatro che è successo

    Suono –  Giovane arabo, alto e bello. La sua è una postura embrionale, ma la curiosità lo precede come l’eco di una parola che anticipa il suo nome.

    Immagine – Giovane cinese, un occhio a mezz’asta. Fragile ma tenace, si scompone e ricompone. Rifiuta l’icona, ricorda l’ultima Aurora.

    Colore – Giovane cinese, fratello di Immagine. Morbido e caldo. Silenzio eloquente. Assorbe e condensa un alone evanescente ma sempre, sempre palpitante.

    Parola – Arpia, rigida ruminatrice ma povera incompresa.

    Linea – Maestra d’asilo nido. Occhiali tondi, profumo Vaniglia e Cannella. Nel tempo libero, lontana da occhi inquisitori,  è una ballerina.

    Orizzontale – Signore navigato. Uomo baffuto con la pancia tonda tonda.  Lo accompagna un sentore di sigaro e whisky invecchiato.

    Verticale – Donna di successo. Costellata di gioielli e avvolta nella pelliccia, fuma lunghe sigarette.

    Il tintinnio dei suoi preziosi si unisce allo scalpiccio dei tacchi che indossa. Poliritmia.

    Scena I – Suono e Immagine 

    In un caffè gremito e scolorito. 

    Suono vi lavora; Immagine vi si rifugia a studiare. I due si scambiano sguardi timidi e furtivi. Immagine arrossisce. Suono fa cadere il vassoio: *clang*. La prima nota di una storia d’amore.

    Scena II – Suono e Orizzontale

    Amici di lunga data. 

    Scena III – Orizzontale e Verticale

    Il loro: un incidente di percorso. Eppure insieme fanno scintille. A fare tira e molla rischiano di diventare una relazione tossica. Basterebbe la dolcezza di un semaforo rosso.

    Scena IV – Parola e Linea

    Nel Castello delle Certezze, Parola giace imprigionata tra le pagine, ingabbiata nei suoi stessi significati.

    Linea però non demorde, e porta il vento. Parola si ammorbidisce soltanto quando Linea le porge un bicchiere di latte caldo. 

    Scena V – Linea e Immagine 

    Amiche inseparabili. 

    Linea si risente con Immagine perché non le dà retta: non sempre ne asseconda le inclinazioni. Possono amarsi solo se dimenticano di avere entrambe ragione.

    Scena VI – Colore e Immagine

    Fratello e sorella, legati da un filo invisibile. Talvolta Immagine dimentica Colore e urla: “È perché non prendi posizione!”. Colore le risponde: “Se mi chiamassi cambieresti umore”. L’assenza porta Immagine a farsi ombra e questo ferisce entrambi. Solo il tempo li farà rincontrare, quando il mattino toccherà l’ora blu, immaginando il primo tono *lub-dub*.

    Scena VII – Suono e Colore

    Accordo sospeso rapporto irrisolto.

    Scena VIII – Suono e Verticale

    Verticale esala il fumo delle sue lunghe sigarette come fosse filosofia. Il suo cinismo, elegante e corrosivo, ha una cattiva influenza su Suono.

  • Confessioni della mano

    Un giorno qualunque nella città di Uruk, Mano prese a parlare . Non erano parole che riflettevano su sé stesse, bensì il movimento che in italiano a volte domanda “perché?”. Un movimento che da fermo diventa punto fermo, diventa silenzio, talvolta anche quello costretto. Mano ancora non sapeva che quel movimento di parole silenziose sarebbe diventato, nel futuro possibile, un punto e accapo e non più stucchevoli parole leziose.

    Mano, stanca del movimento, s’era raccolta sotto le coperte, a riposare sotto le stelle. Al mattino, quando il sole si era affacciato nella stanza solleticandole la pelle, si ricordò di un sogno: “È un segno! — esclamò ai piedi del letto — com’è vago e bello questo sole che aspetto!”. Così, le tornava alla mente una memoria del passato: non si trattava più di un immaginario raccontato (o un racconto immaginato), era l’idea che nel prima ci fosse una linea che non le richiedesse un movimento aereo (quello delle parole leziose) ma un movimento terreno e gravoso. Questo poteva essere percepito da sguardi diversi: chi lo misconosceva, lento e pesante; chi lo riconosceva nelle caverne, più distante o forse solo più a levante.

    Nei giorni trascorsi Mano lamentava di non comprendere. Di fronte a Supporto entrava in una crisi profonda: paradossalmente sentiva il terreno tremare e la sua voglia di parlare ritornava a gravitare. Mano non aveva  ancora capito che il movimento terreno le permetteva di toccare Supporto dapprima con l’indice, poi con il medio, e così imparare a camminare.

    Così, guardando negli occhi le parole leziose lamentò: “Io Supporto non lo comprendo, ci provo, ogni momento, ma poi finiamo per litigare. Ditemi voi come devo fare!”  Le parole leziose risposero per la prima volta con un briciolo di schiettezza: “Mano, aspetta! Tu chiedi supporto all’interlocutore sbagliato. Sarà che continui ad aggrapparti al passato?” 

    Mano si fece coraggio e comprese che, a guardare negli occhi le parole leziose, avrebbe perso le parole silenziose. Non c’era bisogno di giustificarsi con gli altri perché guardare davanti significava immaginare la possibilità di toccare con gli occhi e vedere con la pelle e, forse, un giorno, cantare le stelle.
    Un giorno qualunque nella città di Uruk, Mano prese a parlare : “Voglio incidere senza premesse!”. Non erano passi pesanti. Erano i primi passi da giganti.