Un giorno qualunque nella città di Uruk, Mano prese a parlare . Non erano parole che riflettevano su sé stesse, bensì il movimento che in italiano a volte domanda “perché?”. Un movimento che da fermo diventa punto fermo, diventa silenzio, talvolta anche quello costretto. Mano ancora non sapeva che quel movimento di parole silenziose sarebbe diventato, nel futuro possibile, un punto e accapo e non più stucchevoli parole leziose.
Mano, stanca del movimento, s’era raccolta sotto le coperte, a riposare sotto le stelle. Al mattino, quando il sole si era affacciato nella stanza solleticandole la pelle, si ricordò di un sogno: “È un segno! — esclamò ai piedi del letto — com’è vago e bello questo sole che aspetto!”. Così, le tornava alla mente una memoria del passato: non si trattava più di un immaginario raccontato (o un racconto immaginato), era l’idea che nel prima ci fosse una linea che non le richiedesse un movimento aereo (quello delle parole leziose) ma un movimento terreno e gravoso. Questo poteva essere percepito da sguardi diversi: chi lo misconosceva, lento e pesante; chi lo riconosceva nelle caverne, più distante o forse solo più a levante.
Nei giorni trascorsi Mano lamentava di non comprendere. Di fronte a Supporto entrava in una crisi profonda: paradossalmente sentiva il terreno tremare e la sua voglia di parlare ritornava a gravitare. Mano non aveva ancora capito che il movimento terreno le permetteva di toccare Supporto dapprima con l’indice, poi con il medio, e così imparare a camminare.
Così, guardando negli occhi le parole leziose lamentò: “Io Supporto non lo comprendo, ci provo, ogni momento, ma poi finiamo per litigare. Ditemi voi come devo fare!” Le parole leziose risposero per la prima volta con un briciolo di schiettezza: “Mano, aspetta! Tu chiedi supporto all’interlocutore sbagliato. Sarà che continui ad aggrapparti al passato?”
Mano si fece coraggio e comprese che, a guardare negli occhi le parole leziose, avrebbe perso le parole silenziose. Non c’era bisogno di giustificarsi con gli altri perché guardare davanti significava immaginare la possibilità di toccare con gli occhi e vedere con la pelle e, forse, un giorno, cantare le stelle.
Un giorno qualunque nella città di Uruk, Mano prese a parlare : “Voglio incidere senza premesse!”. Non erano passi pesanti. Erano i primi passi da giganti.

Lascia un commento