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Lettera motivazionale scritta dalla Pittura

Lettera motivazionale (scritta dalla Pittura) per l’Open Call “Langue Lost, Language Found/ Poetic Interventions – Part III” presso la Società delle Api

Chiudete gli occhi e immaginatevi a casa con il vostro migliore amico, una tazza di tè e nessun occhio inquisitorio addosso. Conversando del più e del meno, come spesso accade, affiorano i grandi temi della vita e vi sentite liberi di sparare minchiate che, poi, tanto minchiate non sono. 

All’improvviso scompare la casa e, in un battito di ciglia, vi ritrovate davanti a un’audience. Diventate paonazzi, l’amico fidato vi guarda e vi dice “Vai! Continua a raccontare quello che stavi dicendo a me!”. E proprio in quel momento perdete ogni facoltà oratoria. Dentro vi rode il culo, perché sapete benissimo che di cose da dire ne avete a valanghe, ma niente, dalla bocca non esce un suono.  

Ecco, così si sentiva Gaia di fronte al documento Word intitolato “Lettera motivazionale per Open call”. Come se fosse davanti ad un ragazzo di cui si è invaghita e che non vuole deludere. In questo caso, quel ragazzo è la Poesia, o forse la Parola in generale. 

Buonasera, buonasera: sono qui per mettermi da parte e, allo stesso tempo, al centro. La lettera motivazionale la scriverò io, che di parole non ne ho (quasi) mai avute. Lo faccio perché Gaia, nel momento in cui le viene dato spazio per scrivere apertamente, non trova più le parole.  

Allora, dato che questa ragazza che conosco da tempo non smette di lagnare e sentirsi inadeguata, la parola la prendo io: la Pittura. Oggi parlo con la voce di una pittura pavoneggiante e caciarona. 

E ve lo dico chiaramente: prendetevela un attimo voi. Fatemi respirare. Sono anni che la sua Parola entra nel mio teatro d’azione e lei, che continua imperterrita a volere solo relazioni monogame, ferma la Parola e le sussurra “Aspetta, oggi no, fammi amoreggiare con la pittura”. 

Nel frattempo, però, io – che sono una prima donna – me ne accorgo benissimo che, nella stanza accanto, si mette a flirtare con la Parola, o quanto meno fantastica su di lei. 

Insomma mi pare di capire che la casa si stia affollando. Gaia, in un angolo, si fa le pippe; io cerco il linguaggio universale; la Parola si confronta con lingue e linguaggi diversi.

Ora, un ménage à trois mi sembra complicato, ma io, che da fuori sembro una mitomane, in realtà, come Jessica Rabbit, sono aperta e generosa e per questo motivo vi lascio il mio Roger Rabbit convinta che saprà divertirsi con voi quanto tempo vorrà, se voi lo vorrete. 

Intanto, posso provare a raccontarvi le vicende degli ultimi anni così da darvi un quadro più ampio della situazione.  Io ho parlato – e tuttora parlo – a Gaia di linguaggio plurale-universale, lei, incuriosita, lo cerca insieme a me. Tuttavia, i linguaggi pittorici che si sono incrociati tra loro, hanno incontrato spesso e volentieri il tratto della scrittura. A me, devo dire, non dispiace, perché la voce della Parola Poetica permette a me, Pittura, di essere libera e silenziosa senza che le Parole Leziose vengano a tarparmi le ali. In fondo, se ci pensate, io sono un linguaggio, non una lingua, e chi prova a interagire con me può, forse deve, sentirsi un curioso analfabeta.

Ed è anche per questo che io e Gaia siamo follemente innamorate del cinese, che rifugge l’incasellamento alfabetico e canta a squarciagola i suoi ideogrammi: parole che sono già, di per sé, immagini.  

Ora, lungi dal conoscere davvero la lingua cinese, io e Gaia ci siamo concentrate sul mondo delle immagini; ma lei, che ha un rapporto inevitabilmente simbiotico con la Parola, alterna pennellate pittoriche a testi, racconti, dialoghi, versi e prose poetiche che finiscono sempre per essere legati alle immagini, siano esse pittoriche o mentali.  

Quello che però ho notato, soprattutto nell’ultimo periodo, è che la scrittura ha assunto una postura diversa: ha iniziato a voler uscire dal foglio (o dallo schermo del computer) per accadere o risuonare. E io, Pittura, così affezionata al mio supporto – carta, tela o legno che sia – ho capito che dovevo fare un passo indietro. Ho compreso che l’idea del linguaggio plurale-universale doveva, per un momento, farsi da parte per aprirsi ai vestiti della musica, del teatro o alle molte lingue della Parola e lasciarle dialogare tra loro.  

“Perfetto! – direte voi – quale occasione migliore di un workshop che permette alla Parola di dialogare con due lingue diverse?”.  

Avere un’altra lingua in bocca, per Gaia, è strano, ma io credo che un bacio della Parola le farà bene.
Spero anche voi.

Un saluto,

la Pittura

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