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Cronache dalla prima mostra

La giornata di ieri è stata all’insegna della confusione, sono stata percossa da una carica emotiva a tratti borderline, ma non sarei del tutto sincera se non riconoscessi a gran voce il peso della leggerezza che, la giornata di ieri, ha saputo portare con sé. 

L’inizio di questo racconto voglio farlo coincidere con l’inizio di una salita infernale. Accompagnata da una versione sincera e amica del Gatto e la Volpe, zaino in spalla o valigia rosa in mano, abbiamo iniziato la prima di quelle che sarebbero state le innumerevoli risate della serata, di quelle che ti tolgono il respiro. 

“A Caterì pijamose na pausa” ho urlato ai primi tre miseri passi della salita che ci avrebbe portato finalmente in questo strano posto chiamato Castello Masegra, a Sondrio. 

“Eddaje spingi su” mi ha urlato il Gatto con una bottiglia di Coca Cola in una mano e una bottiglia di tequila nell’altra. “A ga’ mo’ se famo riconosce da sti milanesi so’ arivate le romane”. 

Romanità e simpatici teatrini a parte, una volta arrivate, siamo salite al piano di sopra – dove erano esposti i miei tre quadri – e io ero ancora ignara di quello che sarebbe successo. 

Sarò banale ma se lo scrivo qui è perché per me ciò che è accaduto è stato sinceramente inaspettato. 

Un gradino dopo l’altro, accompagnata dai due culetti amici, arrivo in cima alle scale, alzo lo sguardo e scoppio in un pianto improvviso. E chi se lo aspettava! D’un tratto al posto dei tre quadri, vedevo tre bambini cresciuti e indipendenti. Inconsapevole della gravidanza passata mi sono sentita madre per la prima volta. Erano lì, adolescenti, con la pelle acneica, insicuri ma esibizionisti, e come ogni madre ho vissuto la loro esposizione visceralmente, ripensando alla mia di adolescenza.

Ecco, di fronte a questi tre goffi ragazzi – non più bambini ma non ancora uomini – il pensiero ha iniziato a viaggiare indietro nel tempo fino ad arrivare al giorno della prima volta sul palco. L’ansia da prestazione che ti logora dentro per giorni fino all’attimo infinitesimale in cui prendi il respiro ed emetti il primo suono di fronte al pubblico. La conosco bene quella sensazione vitale ed estemporanea. Ma in quella stanza la sensazione era diversa. Perché la voce su quei dipinti già era stata emessa. Il dialogo tra me e loro era lievitato silenziosamente e ora erano loro a parlare, a camminare con le loro gambe. 

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